Giordania in bicicletta

Deve esserci un istinto nascosto e quasi primordiale che dirige la bussola dei viaggiatori verso i luoghi più remoti, ostici e inospitali del pianeta. Regioni con quell’aurea di mistero immutata nel tempo, che custodisce l’essenza dell’errare a caccia di solitudini da condividere.

La Giordania non è solo Petra e il Mar Morto, ma anche un mosaico di deserti, ognuno con le sue caratteristiche, i suoi colori e le sue difficoltà. Tutti accumunati dal fascino dell’infinito che si manifesta in un orizzonte immobile ed impalpabile.

Lascio Amman e pedalo in direzione del sole appena sorto, ho subito l’impressione che nessuno osi avventurarsi in questa porzione di terra lontana da ogni circuito turistico, la striscia d’asfalto è un esercizio di perpendicolarità perfetta tra l’orizzonte e la bicicletta. 

In questa terra arida, secca e apparentemente sterile si coltiva uno dei beni più preziosi e rari che si possano raccogliere: l’ospitalità. Terre abitate da persone temprate da anni di difficoltà e sacrifici, la cui gentilezza affonda le radici in un substrato religioso e culturale che, qui raramente come altrove, trova un’interpretazione quasi sacrale.

Queste genti hanno sviluppato un principio conservatore contrario a quello divisivo e primitivo del pregiudizio. Un dogma secondo cui il viaggiatore, lo straniero o il turista sono da considerare ospiti e a loro è dedicata ogni premura e cortesia.

Grazie a queste premesse ci si sente meno soli e meno piccoli, anche nell’affrontare un deserto sconosciuto. Un deserto nero, di roccia basaltica, primitiva e leggera, la stessa usata per costruire gli antichi caravanserragli che per centinaia di anni furono le uniche costruzioni erette su questa via.

La prima notte in tenda, accampato in questa marea nera, ha già il sapore della vittoria, con la sensazione dei sopravvissuti a chissà quale avventura o dei pionieri conquistatori, che ritornano da terre esotiche con la voglia di condividere nuovi racconti.

Pedalo ora su un rettilineo infinito ed ipnotico, il deserto è ormai alle mie spalle, anche se la vegetazione è tutt’altro che rigogliosa e Jerash non mi appare come la più bucolica delle località. I romani giunsero in questa periferia dell’impero subito dopo i greci, e vi edificarono una città che ancora oggi è una meraviglia per gli occhi.  Le colonne sfiorano il cielo azzurro, il teatro restituisce un’acustica moderna e armoniosa mentre osservando i solchi scavati nelle strade sembra ancora di sentire il rumore delle bighe.

Incontro ancora tracce romane e greche proseguendo verso Madaba. Mi trovo a poca distanza dal monte Nebo luogo in cui terminò le sue fatiche uno dei più grandi viaggiatori dell’epoca antica. Fu infatti questa l’ultima tappa che Mosè percorse durante la fuga dall’Egitto. Il mio tragitto per raggiungere la cima del monte non è identico a quello affrontato dal profeta tre millenni fa, anche se la terra arida che mi circonda è stata asciugata dallo stesso vento antico e dominante, che da sempre risale queste montagne.

Vento che offusca l’orizzonte sollevando sabbia e polvere, decide la mia velocità a seconda della direzione della strada e ostacola il dialogo con i pochi stoici pastori che incontro. La situazione migliora dopo una notte di pioggia a cui segue un risveglio alla luce di un sole freddo ed ancora indeciso. L’asfalto cede il passo per la prima volta ad uno sterrato battuto e ondulato che con pendenze gentili perde quota pigramente, addentrandosi in un canyon dall’aspetto quasi lunare. Sul fondo valle l’acqua raccolta dalle montagne consente alcune coltivazioni, e così qualche macchia verde colora un paesaggio dominato dal grigio della terra e dall’ocra delle montagne, in lontananza l’azzurro del cielo si fonde a quello del Mar Morto.

Raggiungo la riva di questo immenso bacino d’acqua salata, dopo una lunga discesa che sembra diretta al centro della terra. Mi trovo ora a ben quattrocento metri sotto il livello del mare, il punto più basso del globo.

Pedalo sulla costa per diversi chilometri, tra me e l’acqua del mare incredibili distese bianche di sale. Le onde rimbalzano contro senza eroderne la superfice, ma deponendo un nuovo impalpabile strato, bianco e resistente come il marmo, eterno come questo panorama.

Il sole, che fino ad un attimo fa si rifletteva sull’acqua, è calato. L’orizzonte è fatto di riflessi scomparsi e nuove speranze. Proseguo attraverso un villaggio illuminato solo da qualche vetrina e pochi lampioni, la strada riprende a salire, il buio la circonda e per orientarmi seguo il bordo dell’asfalto. Pedalo ancora, la notte è già iniziata, ma il mio appuntamento con lei deve ancora arrivare. Non mi faccio sopraffare dallo sconforto o dal timore delle tenebre, perché spesso il fato capovolge le situazioni e le trasforma in esperienze indimenticabili.

Ripenso proprio a questo mentre prendo sonno in una tenda ospite di due pastori berberi. Il loro invito arriva da lontano è qualcosa di arcaico, carico di una sacralità che corrobora e commuove allo stesso tempo. Certi incontri non sono scritti, ma si materializzano nella nostra vita per nutrici di ricordi.

Al mattino seguente la strada bagnata da una pioggia leggera, alterna pendenze assurde a tratti pianeggianti. Ai numerosi tornanti, seguono lunghi rettilinei con qualche semicurva, fino agli ultimi chilometri dai quali si può scorgere in lontananza la sagoma maestosa del castello crociato di Kerak. Sorseggiando l’ennesimo caffè al cardamomo, cammino per le strette gallerie del castello, mi inerpico per ripide scale, spio dalle feritoie dalle quali molti anni prima si poté assistere all’assalto del feroce Saladino.

Mi affaccio dal bastione meridionale e noto una pineta, abbastanza inusuale da queste parti. Da qui si sviluppa uno sterrato che, addentrandosi in una valle secondaria, sembra essere una possibile via di proseguimento del mio viaggio.

Comincio a pedalare in questa stretta gola quasi primitiva, dal fondo stradale sconnesso e fangoso. Per alcuni chilometri avanzo in questo antro sinuoso con la curiosità di sapere cosa mi aspetta dopo l’ennesima curva. I diversi strati di roccia parlano di ere geologiche passate, il burrone racconta di un fiume che scorreva impetuoso, i ripidi pendii sono inesplorati da sempre. Tutto sembra esattamente come poteva essere duemila anni fa. 

Ritorno sull’asfalto e dopo pochi chilometri mi trovo di fronte ad un panorama che mi appare come la cosa che più si avvicina all’infinito. Tutto è color sabbia, nelle più classiche ed innumerevoli sfumature. Tutto è talmente immenso che le case dei villaggi in lontananza sembrano solo puntini bianchi e le tende dei berberi delle chiazze indefinite. Mi lancio in discesa con un occhio sull’asfalto e uno sulla vastità di fronte a me cercando di scorgere la salita che mi aspetta e di dedurne la difficoltà.

L’ascesa sarà inesorabilmente lunga. Ho il tempo e l’ansia di pensare, la disgrazia di cantare, e la rabbia per imprecare contro il vento e contro dei randagi troppo aggressivi.

Dopo una notte in tenda, mente e corpo hanno trovato il giusto riposo e così riprendere il viaggio non pesa, nonostante le difficoltà altimetriche e il vento incessante a cui bisogna aggiungere la pioggia e qualche fiocco di neve.

La storia si srotola ancora sulla mia strada: al castello crociato di Shobak regalo solo uno sprazzo del mio tempo, perché la mia prossima destinazione è ben più blasonata, desiderata e famosa. Quando i primi cartelli indicano Petra tiro un pugno al cielo in segno di vittoria, perché in fondo arrivare alle porte della antica città dei nabatei in sella ad una bicicletta è pur sempre una piccola conquista.

Le grandi salite sono alle spalle, ora pedalo a mezzacosta su uno sterrato arido e sassoso. Per chilometri e chilometri osservo le montagne sottostanti che rotonde e vigorose saturano l’orizzonte e inibiscono ogni pensiero. Mi godo questo elegante e denso panorama cavalcando ancora una volta la bicicletta verso l’appuntamento che il destino mi ha fissato.

Quando la sagoma di una tenda si materializza sulla mia pista, la immagino vuota e polverosa. Appaiono invece tre adolescenti la cui maturità, figlia del deserto, smorza la loro naturale vivacità. Quando mi invitano ad entrare per bere del the, affiora ancora una volta la gentilezza spontanea e candida di questo immenso popolo. All’interno trovo una donna della mia età con sette dei suoi nove figli, tutti a cercar calore attorno ad una stufa. Oltre al the mi offrono cibo e un posto per la notte. Mi sento quasi in colpa nel rifiutare l’invito, la donna lo percepisce, mi tranquillizza e con un sorriso mi saluta mentre riprendo il mio viaggio.

Sto pedalando da pochi chilometri quando gli ultimi raggi del sole illuminano i resti di una colonia romana. Un’ora dopo, chiuso nel sacco a pelo, guardo la cartina e mi accorgo che sono all’interno delle mura di un forte, probabilmente uno degli ultimi avamposti dell’impero romano. Poco lontano da me i resti di una chiesa e quelli di una necropoli, sto dormendo in un museo a cielo aperto, senza bisogno di pagare il biglietto, con il vento che sibila tra i massi e la luna piena che accende la notte.

Wadi è una delle parole che ricorre più spesso nella geografia giordana, significa più o meno valle. Petra sorge per esempio a Wadi Musa, la valle di Mosè. Il Mar Morto nel ben più grande Wadi Araba, mentre altri piccoli wadi caratterizzano località più o meno interessanti.

Il Wadi Rum è una queste e ora sono diretto lì. Al primo impatto rimango deluso, non dalla magnificenza del luogo che di per sé è incredibile, ma dalla massiccia presenza di turisti che corrompe questa meraviglia per trasformarla in una piazza di paese, in un mercato effimero tutt’altro che contemplativo.

Riprendo la mia libertà, ritorno nella mia solitudine, abbandono le vie dei carovanieri moderni per addentrami nel mare di sabbia rossa che pare impenetrabile. Le piste si confondono, si dividono per poi riunirsi, Gli spazi si dilatano e le montagne all’orizzonte appaiono e scompaiono come miraggi. Il tempo scorre, i chilometri no. Arranco, spingo ed impreco. Passo accanto a dei dromedari che procedono con eleganza regale verso chi sa quale destinazione, pedalo sprofondando in maniera inesorabile per poi ripartire non appena il terreno lo consente. Sto esaurendo le energie, fisiche e nervose. Ripenso al viaggio, a quest’ultima fatica, ai momenti di sconforto, alle salite sempre troppo ripide, alla pioggia, al vento e anche alle scarpe rotte. Ancora una volta, nei momenti difficili si rimugina sul peggio, e ci si dimentica di tutto il bello accaduto e vissuto. Continuo a spingere la bici che affonda in venti centimetri di sabbia, mi fermo di nuovo. Questa volta non per la fatica o per lo sconforto, ma per l’ennesima sorpresa di questo viaggio.  La notte scorsa ha piovuto, fatto raro, e tanto è bastato per far spuntare dei piccolissimi fiori azzurri. I fiori del deserto, potrebbe essere un ossimoro o il titolo di una poesia. Quando li trovo sul mio passaggio mi blocco in momento di contemplazione, li scruto con reverenza, sposto la mia bicicletta e faccio di tutto per non rovinarli. Per un attimo penso di coglierne uno, ma poi rifletto sulla loro esile gentilezza, agli sforzi fatti per trovare la vita in un luogo così inospitale e rinuncio.

E allora riavvolgo il nastro e tornano alla mente gli occhi verdi dei bambini, le loro strette di mano curiose e adulte, le persone che volevano scattarsi una foto con me o aiutarmi in qualche modo, e poi ancora tutte quelli che mi hanno invitato in casa loro, i pastori che mi hanno versato del the e le donne che mi hanno fatto da interprete. Riaffiora il ricordo del barista che mi riempie le borracce, del ragazzo che mi spinge e mi passa un uovo, dei miei amici beduini che mi hanno ospitato e di quelli che volevano farlo. Perché loro sono così: persone cresciute in un luogo arido e difficile, ma di una bellezza rara e toccante. Come i fiori nel deserto.